Racconti

Evelyan

Il furetto Evelyan amava giocare brutti scherzi all’irascibile demone Xor, che non riusciva mai ad afferrarlo a causa della sveltezza con cui sapeva eclissarsi.Ma un giorno il demone ebbe un’idea: cosparse il terreno intorno a sé di una sostanza di colore azzurro, in modo che, passandovi sopra, il furetto si sporcasse le zampe, e lui potesse seguirne le tracce. Il giorno dopo Evelyan si avvicinò di soppiatto a Xor che russava, poi, dopo avergli morsicato un piede, fuggì via prontamente. Ma, diversamente dalle altre volte, il demone era sempre sulle sue tracce. A un tratto il furetto notò che le sue zampe, sporche di azzurro, lasciavano una traccia dietro di lui, e capì.Per un po’ si disperò, pensando che quella volta Xor l’avrebbe catturato e gli avrebbe fatto pagare tutti gli scherzi, poi ebbe un’idea: se fosse scappato in cielo, di colore azzurro, Xor non avrebbe più potuto seguire le sue tracce. Così si avventurò nell’immensa distesa celeste, facendo un lungo giro vizioso. A un certo punto si fermò per controllare, constatando che Xor non era stato in grado di seguirlo. Era salvo.Ma, quando si accinse a tornare, si accorse che non riusciva più a trovare la strada. Non ricordava più il percorso che aveva seguito, né gli poteva servire cercare le proprie impronte, indistinguibili perché dello stesso colore del cielo.Così fu costretto a restare per sempre nella volta celeste, da cui si affaccia tutte le notti per guardare giù.

 

Ktorè

Le raffiche gelate provenienti dal lago d’Òrea spazzavano la terrazza naturale, facendo inclinare pericolosamente le fiamme che ardevano nel treppiede. Tutt’intorno, da quando Endimas era comparsa attraverso una lacerazione nello strato nuvoloso, le rocce dell’Oka-hor emergevano nell’oscurità come rivestite di un manto verde cupo. Una ventata più violenta delle altre rovesciò il cappuccio di Irash, scoprendo l’enorme testa. Il negromante, senza curarsi di sollevarlo, allungò le mani davanti a sé e iniziò a salmodiare. Come se avesse presagito ciò che l’aspettava, la capra di montagna cominciò a belare disperatamente, strattonando la corda che la teneva legata a un masso.Poco dopo, a pochi passi da lei, nell’oscurità si materializzarono strani vapori che, invece di salire verso l’alto, andarono acquisendo gradualmente consistenza.Intanto Irash, che sentiva scorrere dentro di sé la vita che proveniva dall’animale e andava ad alimentare l’incantesimo, continuava a mormorare la litania. Sembrava una statua di pietra nel vento. Ormai la capra selvatica si dimenava debolmente, quasi completamente prosciugata si energie. Preannunciato da alcuni riflessi violacei, finalmente nel fumo comparve un varco. Il passaggio per Ktorè. La mente di Irash, senza smettere di ripetere la cantilena, si affacciò attraverso l’apertura, trovandosi a osservare una distesa desertica. Nel cielo scuro brillavano due soli, uno rosso, più intenso, l’altro blu, più debole e fioco. Lo stregone suo malgrado rabbrividì. Di tanti posti pericolosi che s’incontravano nell’universo ultrasensibile, quello era uno dei peggiori. Una vampata di terrore gli attraversò la faccia. Poi si controllò e, senza degnare d’uno sguardo l’animale che, stramazzato al suolo, scalciava nel vuoto, proiettò la propria mente attraverso il varco.

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